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Open source: inganno o vera rivoluzione?


 La vita senza open source

Che l’open source abbia portato radicali cambiamenti nel mondo dell’informatica non vi sono dubbi. L’evoluzione del software come di tutti i prodotti dell’ingegno umano ha bisogno di conoscenza, e più questa è facile da reperire e da riutilizzare, più i prodotti si evolveranno e miglioreranno sulla base dei fallimenti e dei successi precedenti. Senza open source il mondo dell’informatica era niente di più che una nuova e moderna disciplina che seguiva le medesime regole che governavano gli altri settori industriali. Un prodotto software nasceva in seno ad aziende specializzate che si occupavano spesso della ricerca e dello sviluppo dello stesso e a volte anche della sua commercializzazione. La conoscenza rimaneva nelle aziende che lo avevano prodotto e gli sviluppatori anche cambiando azienda non potevano certo riutilizzare del codice sviluppato “per conto di” ingabbiati da contratti che tutelavano i segreti industriali. Questo permetteva si una circolazione della conoscenza, ma non una stratificazione del software al fine di ottenere dei risultati di sempre maggior valore aggiunto se non attraverso complicati accordi commerciali tra aziende. In pratica c’era una sorta di tutela del diritto d’autore proprio come avviene in altri campi come ad esempio quello musicale. Tutto questo se da un lato rendeva più semplice la gestione dei prodotti informatici, soprattutto dal punto di vista del controllo della loro qualità, dall’altro poneva dei freni alla creatività umana. Il favoloso mondo dell’open source Come dicevo prima poter attingere alla conoscenza ed al prodotto software in maniera “Open” ha portato e sta portando dei cambiamenti radicali nel mondo dell’informatica. L’avvento del World Wide Web ha permesso lo scambio di informazioni e quindi di conoscenza, in maniera semplice ed efficace alimentando un indotto fatto di programmatori e persone appassionate di informatica, che hanno potuto esprimere e condividere le loro esperienze nel campo. Nascono programmi ridistribuibili e modificabili sotto nomi di licenze “Open Source” realizzati da programmatori sparsi in tutto il mondo di diversa estrattura sociale e competenza. Giovani dotati di grandi talento e meno giovani dotati di grande esperienza hanno dato vita a software di livello, dove ognuno poteva aggiungere del suo. Molti sono nati senza neanche un controllo dall’alto da parte di team manager, ma dalla base, dagli stessi gruppi di sviluppo che si sono autoregolamentati e distribuiti i compiti per raggiungere l’obiettivo. Quello che è nato da tutto ciò è una vera rivoluzione, applicativi e perfino sistemi operativi “Open” hanno preso vita e conquistato non solo platee accademiche. Prendiamo il caso di linux ad esempio, un sistema operativo il cui kernel è stato creato da Linus Torvalds, che rilasciandolo sotto licenza GNU ha permesso agli sviluppatori sparsi in tutto il mondo di modificarne il codice a seconda delle esigenze. Il risultato è stato quello di creare un software collaborativo (probabilmente il maggior progetto di collaborazione nella storia) che oggi attraverso le innumerevoli distribuzioni è capace di rispondere ad esigenze desktop e server, ed è diventato un temuto concorrente di windows soprattutto in ambienti di addetti ai lavori. Oltre a linux tanti altri progetti sono nati, e rimanendo Open fanno da base a progetti sempre più ambiziosi e complessi. In ambito lavorativo il riutilizzo del codice è pratica comune e facilita enormemente lo sviluppo di software. Le community che sono nate e che si occupano della divulgazione della cultura sull’open source rappresentano dei veri e propri punti di riferimento per chi decide di voler sviluppare del software, gruppi di teste pensanti che si sono messe a disposizione della comunità informatica.

Vantaggi e svantaggi dell’open source

I vantaggi dell’open source da quanto detto precedentemente sembrano palesi: condivisione della conoscenza, interoperabilità, riutilizzo del codice sorgente, forse sono i più evidenti, ma a mio avviso c’è anche altro, ossia la nascita di un movimento liberista dove è possibile esprimere il proprio talento senza vincoli imposti dall’alto. Una vera e propria rivoluzione di pensiero e di opere. Ma è tutt’oro quel che luccica, o bisogna fare attenzione? Dal punto di vista prettamente informatico tutta questa informazione sregolamentata rischia di portare ad una frammentazione eccessiva; se ognuno pensa in piccolo e non ha una visione d’insieme rischia di aumentare l’entropia del sistema senza creare lavoro utile. Se è vero che la sperimentazione è ciò che ha trasformato la scienza, la mancanza totale di controllo può portare ad uno spreco di energie che convogliate verso un obiettivo comune potrebbero portare a maggiori vantaggi. Ecco quindi spiegato il ruolo delle community, che con grandi sforzi cercano di tenere le fila di questo movimento, aggregando l’informazione e dettando linee guida su progetti di sviluppo. Community nate spesso per gioco ma poi organizzatesi come vere e proprie piccole aziende. Qual è allora la differenza tra una community e una azienda vera e propria? La differenza sostanziale è che la nascita delle community è possibile praticamente senza investire capitali, non esistono datori di lavoro e impiegati, ma le differenze di ruoli all’interno vengono stabilite solo in base alle competenze dell’individuo che decide di partecipare spontaneamente e non per forza spinti dalla volontà di guadagno. Se è vero però che si nasce senza capitali non è altrettanto vero che si muore poveri tutt’altro. Casi di successo ce ne sono tantissimi, una volta diventate punti di riferimento per lo sviluppo del software, molte di queste si sono evolute e trasformate diventando veri e propri centri di business.

E’ vera gloria?

L’open source è quindi la panacea per gli sviluppatori di software ed è in grado di aggiudicarsi le fette di mercato in cui i soldi da spendere per l’informatizzazione sono una risorsa molto limitata? Da quanto emerso precedentemente sembrerebbe che l’uso di tecnologie “open” possa portare ad un grande contenimento della spesa del software con risultati pressoché uguali o migliori dall’utilizzo di tecnologie software convenzionali. Bisogna però fare molta attenzione a non identificare l’open Source con l’utilizzo di una particolare tecnologia software. Facciamo un esempio molto semplice, cercando di chiarire anche per chi non è addetto ai lavori. Spesso si tende ad identificare il mondo dell’Open Source con l’universo Java, ossia con un particolare linguaggio di programmazione, portabile, in grado di essere eseguito su macchine con diversi sistemi operativi (Windows,Unix,Linux etc..) Se è vero che l’open source deve la sua diffusione al linguaggio Java non è altrettanto vero che solo attraverso Java si può realizzare del software “open”. Ogni software è infatti composto da codice ,scritto in un linguaggio di programmazione, che deve essere compilato per poi essere eseguito su una particolare macchina. Se questo codice sorgente viene distribuito senza particolari licenze d’uso e può essere liberamente modificato e a sua volta ridistribuito allora stiamo parlando di open source. Quindi se consideriamo l’open source secondo quello che veramente è, non lo possiamo identificare con una metodologia di sviluppo. Volendo possiamo realizzare software “open” utilizzando tranquillamente tecnologie Microsoft lasciando libero il prodotto generato dai vincoli di licenza. Tuttavia mentre nel mondo Java la mentalità di ridistribuire il codice scritto è prassi comune, molto più difficile è trovare lo stesso approccio nel mondo Microsoft. Le cose però stanno cambiando, la diffusione di software libero sviluppato anche secondo la metodologia .Net di Microsoft si sta ampliando, e sono nate community che si occupano di seguire progetti nati seguendo questa metodologia. Lo stesso portale di Microsoft, è diventato una grande comunità di sviluppatori che si scambiano informazioni e soluzioni a problemi attraverso il Web. Non dimentichiamo inoltre che sfruttando l’open source molte grandi aziende (IBM, SUN ) stanno facendo fortuna riposizionandosi in un mercato, quello del software che stava diventando appannaggio di Microsoft. Se da sempre infatti questi grandi colossi informatici avevano posizionato il loro core business di mercato sull’Hardware, si sono rese presto conto che questo non bastava, infatti l’hardware è sempre più disponibile e a buon mercato mentre il software è in continuo sviluppo. Tuttavia tutto questo movimento nel mondo del software ha portato comunque ad indubbi vantaggi; la nascita di concorrenza a dir poco spietata del mondo dell’open source nei confronti del software tradizionale ha messo il sale sulla coda alle aziende che detenevano il monopolio della produzione del software mondiale costringendole a rivedere le loro strategie di sviluppo.

I costi dell’open source

Precedentemente ho accennato alla possibilità di utilizzo del software open source per informatizzare realtà in cui le disponibilità economiche sono molto limitate realtà che in Italia può essere ben rappresentata dalla Pubblica Amministrazione, dove si ha una forte esigenza di informatizzazione ma la coperta è sempre corta. Tenendo ben presente cosa è stato detto riguardo alla possibilità di sviluppare software Open attraverso diverse tecnologie, cerchiamo ora di verificare che effettivamente l’utilizzo dell’open source porti ad effettivi vantaggi economici. Infatti il “tutto gratis” è un modello che non sta in piedi. Non dimentichiamoci che si vive in un mondo in cui il denaro è di fondamentale importanza per la vita dell’individuo e che è difficile se non impossibile trovare persone che fanno niente per niente. Pensiamo dunque all’informatizzazione di una realtà pubblica e cerchiamo di valutare dove effettivamente c’è la possibilità di un forte risparmio. Prendiamo ad esempio ad una ASL una Azienda Ospedaliera, una realtà dove l’informatica sta prendendo sempre più piede nelle sue varie forme, come l’outsourcing dei sistemi. Tenendo presente che c’è un computer per ogni scrivania e che non tutti gli utilizzatori sono esperti di informatica anzi tutt’altro, capiamo subito che le valutazioni sui sistemi da scegliere sono di grande importanza. Per prima cosa cerchiamo di rispondere ad alcune domande : 1) E’ possibile utilizzare solo software “open” per raggiungere l’obiettivo, ossia esistono pacchetti software magari gratuiti che vengono incontro alle esigenze dell’utilizzatore? La risposta a questa domanda è facile ed è teoricamente positiva; esistono oggi sistemi operativi , e pacchetti software “free” e open in grado di coprire tutte le esigenze di un utilizzatore medio. Come sistema operativo è possibile adottare “Linux” sia per i desktop che per i server scegliendo una distribuzione che utilizza un ambiente grafico piuttosto che la poca usabilità della riga di comando per i non addetti ai lavori. Per svolgere poi il lavoro da ufficio si può installare Open Office, come browser di pagine Web Firefox, come client di posta Thunderbird e divertirci ad installare programmi free di ottima fattura per tutti i gusti. Usando poi applicativi interni Web Based non dobbiamo neanche installare nulla sulle macchine client, il browser è sufficiente per risolvere il problema della portabilità applicativa. 2) L’utilizzo dell’open source porta dei vantaggi in termini economici? Anche in questo caso la risposta sembra ovvia e scontata e positiva. L’opportunità di installare software pressoché gratuito porta a grandi risparmi, ma questo vale per il software di base, in quanto gli applicativi interni a meno di non essere sviluppati in seno all’azienda siano questi open source o meno vengono forniti da terze parti che sicuramente non lavorano per la gloria. Tuttavia già il semplice risparmio sul software di base potrebbe abbattere notevolmente i costi di informatizzazione. Da quest’ultime due affermazioni si potrebbe dire quindi che l’open source rappresenti una scommessa comunque conveniente; ma è veramente così o ci sono dei costi nascosti che non emergono da una analisi superficiale? Ricordiamo che il software come la lingua è un organismo vivo che necessita di continui adattamenti e miglioramenti per adattarsi ai processi aziendali, e questo trasferisce nel caso dell’open source la capacità di aggiornamento dalle aziende produttrici di software alle persone che gestiscono i sistemi dell’azienda. Infatti bisogna continuamente seguire le evoluzioni di un progetto per installare le nuove release, gestirne la manutenzione, mantenendo continui contatti con le community. Questo è lavoro … e va pagato. Non solo, spesso le community forniscono pacchetti open e free dove non viene certificata l’assistenza, e quindi se non si vuole andare incontro a delle sorprese si deve fare affidamento a pacchetti Enterprise con supporto tecnico garantito tutt’altro che a costo zero. Un altro costo nascosto, è quello dovuto al rischio di affidarsi all’open source. Il mio punto di vista, derivante da una analisi oggettiva del mercato informatico mi porta a dire che “tutto quello che è gratis e open oggi non è detto che lo sarà domani”. Se ci si affida all’open source, e magari alle community, che garanzie abbiamo che tutto ciò che viene portato avanti in modalità open e free un bel giorno non venga sottoposta a qualche altro tipo di forma di commercializzazione? Si è vero, da un lato avremmo comunque i sorgenti e potremmo pensare di far evolvere il prodotto in casa, ma anche questo ha un costo che dovremmo affrontare forzatamente. Impensabile è infatti una volta lanciata una informatizzazione su larga scala pensare di fare marcia indietro cambiando nuovamente i sistemi, in quanto i costi sarebbero proibitivi. Ultimo ma non meno importante è la valutazione del costo dovuto alla formazione delle risorse nell’utilizzo degli applicativi. Se pensiamo che la diffusione di sistemi operativi come Windows, e pacchetti come Office detengono la maggioranza delle installazioni per l’utente domestico e quindi possiamo considerare che un utente abbia almeno una infarinatura di base nel loro utilizzo, dobbiamo valutare quale sarà l’esborso da affrontare per convertire le loro conoscenze su sistemi di natura diversa.

L’open source come stile di vita

Abbiamo visto come l’open source abbia cambiato radicalmente l’approccio all’informatica, dimostrando che l’unione delle forze dei piccoli può essere talvolta la ricetta vincente nei confronti delle sfide che la vita ci propone. La cooperazione tra cervelli, non solo elettronici ha sradicato concezioni arcaiche per le quali si pensava che solo i poteri forti potessero essere in grado di risolvere problemi di elevata complessità. L’informatica ha fatto da beta-tester per una nuova concezione di come affrontare la realtà e i problemi che si incontrano nella vita lavorativa e non, di ogni individuo. Questo approccio però confinato al mondo informatico ha secondo me poche probabilità di sopravvivere. Numerosi sono i casi in cui si comincia seguendo questa ideologia ma si finisce rimanendo coinvolti nella realtà che ci offre il mondo esterno dall’informatica. Finchè quindi questo modello di business non verrà esteso ad altri settori come l’industriale, farmaceutico, medico, ingegneristico, umanistico, artistico difficilmente anche l’informatica potrà resistere al non omologarsi di nuovo ad una concezione aziendo-centrica. Sarebbe opportuno che anche gli altri settori aprissero la conoscenza e vengano meno tutta una serie di complicati meccanismi di royalties che rallentano notevolmente la rapidità di sviluppo e la capacità di trovare e implementare le soluzioni ad un problema. Con questo non voglio dire che bisogna scardinare i meccanismi sui quali si basa oggi la società moderna, la proprietà intellettuale va tutelata e per poter aprire la conoscenza anche ad altri settori è necessario che nasca un rapporto di fiducia tra gli operatori. Una logica di mercato sana potrà fare la differenza premiando gli operatori che utilizzeranno la conoscenza nella maniera corretta dai furbetti che utilizzeranno questa risorsa per ottenere esclusivamente risultati personali. Se è possibile crescere rapidamente e collezionare successi sfruttando in maniera incontrollata il lavoro fatto da altri più difficile è rimanere sulla cresta dell’onda una volta che cambiano le condizioni al contorno se non si è fatto tesoro attraverso studi approfonditi di quello che quest’ultimi hanno creato e non si è preparato il substrato necessario per far crescescere le competenze internamente. Ing. Andrea Del Vecchio